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Cosa posso fare se mio figlio non vuole andare a scuola? Un approccio diverso che spesso funziona

Gabriele Fortinidi Gabriele Fortini· 10/08/2026 19:59
Cosa posso fare se mio figlio non vuole andare a scuola? Un approccio diverso che spesso funziona

La prima volta che Marco si è fermato sotto il portone del doposcuola, lo zaino sembrava più pesante delle sue spalle. Mi ha guardato senza dire nulla, come se i muri fossero più facili da convincere di me. La mamma, poco dietro, faceva finta di sistemare una sciarpa già perfetta. Non era la prima mattina che la scuola diventava una salita, ma quel giorno, tra respiri corti e un silenzio teso, ho capito che serviva un modo diverso di affrontare il problema.

Nelle periferie come nel centro, il rifiuto di andare a scuola non ha un solo volto. È paura che si mescola alla stanchezza, orgoglio che nasconde insicurezze, sconfitte piccole che diventano grandi all’alba. Dopo cinque anni a coordinare un doposcuola in un quartiere di Roma, ho imparato che forzare la porta non serve. Serve trovare la chiave giusta, e spesso quella chiave è fatta di ascolto, micro-obiettivi e una rete di adulti che parlano la stessa lingua.

Il rifiuto è un messaggio, non una colpa

Quando un figlio non vuole andare a scuola, l’istinto è di convincerlo con argomenti serrati o promesse a breve scadenza. Ma il rifiuto, più che un capriccio, è spesso un segnale. Può raccontare un’ansia che cresce, un episodio di esclusione, la fatica di tenere il passo con compiti che sembrano impossibili. A volte è il cambio di insegnante o di classe, altre volte è l’eco di una verifica andata male che diventa etichetta.

Chiamarlo “rifiuto scolastico” aiuta a dargli un perimetro, ma non a ridurlo. Dietro ci sono storie singole. E quando le storie non si ascoltano, rischiano di scivolare verso strade più scure, fino alla Dispersione scolastica. Ecco perché il primo passaggio non è spingere, ma decifrare: cosa sta dicendo, davvero, quel no?

Prima di convincere, scegliere di ascoltare

Con Marco ho iniziato sulla soglia, seduti sugli scalini. Ho chiesto se preferiva raccontarmi l’ultima cosa bella successa a scuola o la più difficile. Ha scelto la seconda. Sfilando i nodi, è venuta fuori una sequenza di mattine con mal di pancia, una professoressa nuova con il registro severo, un compito di matematica pieno di rossi. Parlava piano, come se ogni parola potesse peggiorare il voto.

In quelle conversazioni non servono interrogatori, servono parole che normalizzano le emozioni: “Capisco che sia spaventoso”, “Non sei l’unico a sentirti così”, “Possiamo farla a pezzi, questa montagna”. Quando i ragazzi si sentono riconosciuti, abbassano le difese. E iniziano a vedere che il problema, anche se rimane, non li definisce per intero.

Il patto della mattina: piccoli passi, obiettivi chiari

Il giorno dopo non abbiamo chiesto a Marco di restare cinque ore in classe. Abbiamo negoziato due ore, con una pausa concordata. Un “piano a scalini” funziona perché non chiede all’ansia di sparire, le chiede solo di farsi da parte per un pezzo di strada. Finita la seconda ora, messaggio alla mamma: “Sto reggendo”. Era una frase semplice, ma suonava come una conquista.

In questi patti è utile definire una routine minima e misurabile: arrivare in tempo, entrare, restare in classe fino all’intervallo, incontrare un docente di riferimento. Ogni successo va registrato e celebrato con sobrietà: una pizza, venti minuti in più del gioco preferito, un “bravo” che pesa senza esagerare. Così il cervello associa la fatica a un risultato, e la mattina dopo è un po’ meno ripida.

Personalizzare è prendersi cura: quando la difficoltà è oggettiva

Non tutti i “no” hanno lo stesso peso. Se un ragazzo ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento, le richieste della scuola possono risultare, senza adeguamenti, semplicemente sproporzionate. Qui la normativa italiana è chiara: la Legge 170/2010 riconosce i DSA e prevede strumenti compensativi e misure dispensative. Tradotto: tabelle, sintesi vocali, tempi più lunghi, verifiche adattate, e soprattutto un Piano Didattico Personalizzato che metta nero su bianco come valutare e come aiutare.

In doposcuola ho visto cambiare la rotta quando il PDP diventa un documento vivo, non una cartellina. Se un alunno dislessico può usare la sintesi vocale, studiare una pagina diventa possibile. Se in verifica sono ammessi caratteri più grandi o mappe concettuali, il terrore della prestazione scende. Il messaggio implicito è potente: non ti stiamo scontando la fatica, stiamo rendendo giusta la partita.

La rete scuola-famiglia: un dialogo che crea fiducia

Una delle svolte con Marco è arrivata quando abbiamo messo allo stesso tavolo famiglia, docente coordinatore e referente per l’inclusione. Abbiamo ricostruito una mappa semplice: quando iniziano le difficoltà in mattinata, quali materie accendono l’allarme, quali compagni funzionano da ancoraggio. Abbiamo chiesto un banco più vicino alla cattedra nelle ore critiche, una verifica spezzata in due blocchi, un patto di comunicazione settimana per settimana.

Quando scuola e famiglia usano le stesse parole, il ragazzo sente che gli adulti sono dalla stessa parte. Non serve una valanga di messaggi sul registro elettronico; serve coerenza. Se si stabilisce che in caso di crisi si esce dall’aula per cinque minuti con un collaboratore e si rientra, lo si fa davvero. Se si decide che l’intervallo è il momento per incontrare l’educatore, quell’appuntamento diventa sacro. La costanza costruisce fiducia e la fiducia riduce l’ansia.

Quando il corpo parla: segnali da prendere sul serio

Mal di pancia, nausea, tachicardia: non sempre sono scuse. Lo stress può essere fisico, e lo diventa di frequente. Qui la prima regola è non banalizzare; la seconda è non medicalizzare in fretta. Un confronto con il pediatra o uno psicologo scolastico aiuta a distinguere tra segnali passeggeri e un’ansia che merita un percorso dedicato. Gli interventi brevi di gestione dell’ansia, basati su respiro, ristrutturazione dei pensieri e esposizioni graduali, funzionano se sono coerenti con la vita di classe. Anche per questo è cruciale condividere, con il consenso della famiglia, le strategie con i docenti.

Routine che aiutano: sera leggera, mattina semplice

Molte mattine si giocano la sera prima. Un’ora senza schermi prima di dormire, cartella pronta in anticipo, una colazione che non sia una corsa. Sembra poco, ma riduce il rumore di fondo. Ho visto ragazzi sgonfiare la tensione grazie a una lista piccola e tangibile: un post-it sul frigorifero con tre azioni, spuntate una a una. La mente registra che il giorno ha una forma; e quando la forma è chiara, il no fa più fatica a imporsi.

Utile anche inserire nella settimana una “ancora positiva” legata alla scuola: un laboratorio che piace, un progetto musicale, l’allenamento in palestra di istituto. Non è un premio dopo, è un motivo per esserci. Quando la scuola smette di essere solo il luogo delle verifiche, il corridoio fa meno paura.

Dare senso allo studio: collegare presente e futuro

“Non mi serve a niente”, mi dicono in molti. È una frase onesta, perché parla di distanza tra ciò che si fa e ciò che si sogna. Collegare le materie alla vita concreta non è marketing, è orientamento. Portare un elettricista in classe durante tecnologia, visitare un laboratorio durante scienze, far vedere come la statistica racconti il calcio. Se l’alunno scorge una traiettoria, la fatica assume significato. Anche i percorsi di orientamento e i progetti di stage possono diventare finestre aperte sul dopo, purché non siano vetrine lontane ma esperienze pensate sui bisogni della classe.

Quando chiedere aiuto esterno

Se dopo alcune settimane i rifiuti restano uguali o peggiorano, è il momento di allargare il cerchio. Centri per l’apprendimento, servizi territoriali, sportelli comunali, associazioni specializzate possono offrire percorsi brevi e mirati. La parola chiave è integrazione: nessun intervento deve sostituirsi alla scuola, tutti devono dialogare con essa. Condividere obiettivi chiari, monitorarli e aggiustare il tiro è ciò che impedisce alle azioni di sfilacciarsi.

Con le famiglie insisto sempre su un punto: chiedere aiuto non toglie autorevolezza, la rafforza. Un genitore che ammette di non farcela da solo non rinuncia al proprio ruolo, lo mette al riparo dall’usura dell’isolamento.

Con Marco, il “piano a scalini” è durato un mese. Le due ore sono diventate tre, poi quattro. Abbiamo tenuto una verifica con accorgimenti spartani e un patto di onestà. La prima sufficienza è arrivata un venerdì di pioggia; piccola, storta, ma capace di illuminare un weekend. Quando ci siamo salutati, mesi dopo, mi ha raccontato di una mattina in cui l’autobus ha fatto tardi e lui, per la prima volta, ha sperato che arrivasse in fretta. Non perché la scuola fosse diventata facile, ma perché aveva smesso di sentirsi solo lì dentro.

Ogni bambino o ragazzo che dice “non voglio andare” sta chiedendo di essere visto. Il lavoro degli adulti è dare forma a quello sguardo: tradurlo in ascolto, in piccoli passi, in alleanze solide. Non esiste una ricetta unica, ma esiste una bussola. E spesso, quando la si segue con pazienza, il portone che sembrava invalicabile si apre, come quella mattina in cui Marco, finalmente, ha fatto un passo oltre la soglia.

Gabriele Fortini
Gabriele Fortini

Gabriele ha coordinato per cinque anni un doposcuola in un quartiere periferico di Roma. Specializzato nell'accompagnamento dei ragazzi con DSA, lavora sulla personalizzazione delle strategie di apprendimento e sul coinvolgimento delle famiglie.