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Laboratori didattici nelle scuole secondarie: il segreto per stimolare la curiosità degli studenti

Gabriele Fortinidi Gabriele Fortini· 11/08/2026 18:34
Laboratori didattici nelle scuole secondarie: il segreto per stimolare la curiosità degli studenti

La prima volta che ho visto Luca sorridere a scuola è stato davanti a un barattolo di vetro. Avevamo del sale, filo di cotone e un fornellino: cristalli che crescevano sotto i suoi occhi. «Posso provare io?», mi disse, dopo mesi passati a contare i minuti in fondo all’aula. In quel doposcuola alla periferia sud-est di Roma, fra libri consunti e risate complici, ho capito che la curiosità non si spiega: si provoca. E i laboratori, nelle secondarie, sono spesso l’interruttore che mancava.

Dalla teoria alle mani: quando l’azione illumina l’idea

Nelle classi in cui entro come formatore, riconosco subito il vibrare diverso di una stanza quando la conoscenza passa attraverso un gesto. Mescolare una soluzione, smontare un vecchio telefono, progettare una piccola inchiesta sul quartiere: l’informazione smette di essere un blocco astratto e diventa traccia concreta, memoria ancorata all’azione. Il laboratorio non è soltanto un luogo, ma una postura mentale che invita a ipotizzare, tentare, osservare, correggere.

È l’eco del Metodo scientifico, ma anche un invito ad assumersi rischi controllati. L’errore non è un incidente da nascondere, bensì un dato da discutere insieme. Ho visto studenti svogliati diventare custodi meticolosi di un timer o di un quaderno di bordo. Quella responsabilità minuta, a portata di mano, li educa più di mille prediche.

C’è inoltre una ragione neurocognitiva che non va sottovalutata: l’adolescente risponde alla novità e alla sfida. Un percorso che alterna spiegazione, pratica, restituzione, crea un ritmo interno che tiene desta l’attenzione. Il docente non abdica al proprio ruolo; diventa regista di esperienze, epurando il superfluo e dando spazio a ciò che conta. Bastano strumenti semplici, più coerenza e una domanda ben posta.

Inclusione che funziona: dal bisogno al progetto

La promessa del laboratorio si compie davvero quando rispetta le differenze. Lavorando con ragazzi con disturbi specifici dell’apprendimento, ho imparato che l’accesso alla conoscenza passa spesso da canali alternativi. La Legge 170/2010 ci ricorda diritti e strumenti, ma è sul banco che si gioca la partita: far sì che il compito sia comprensibile, segmentato, restituito con più codici.

In un’esperienza di chimica in prima superiore, una studentessa con dislessia teneva il diario di bordo con icone e colori. Il compagno, più rapido nella lettura, raccoglieva le misure. Io entravo solo per aggiustare il tiro e dare una cornice. A fine modulo, nel loro portfolio, i ruoli si intrecciavano come voci di un coro. Non servivano sconti; servivano organizzazione e chiarezza.

La personalizzazione non è un privilegio, è metodo. Consegnare istruzioni step-by-step, leggere ad alta voce le consegne, offrire schemi pronti da riempire, concedere tempi differenziati nelle prove pratiche: sono scelte che migliorano l’apprendimento di tutti. Quando coinvolgo le famiglie, la magia raddoppia. Portare a casa un kit di materiali semplici o una scheda “prova questo esperimento in cucina” crea ponti affettivi, radica l’interesse, avvicina chi di solito resta fuori dalla scuola.

Oltre le scienze: l’atelier diffuso di tutte le materie

Non serve un banco ottico per fare laboratorio. In un istituto della cintura romana abbiamo costruito un’inchiesta di geografia partendo dai percorsi degli autobus. I ragazzi hanno raccolto dati, intervistato pendolari, creato mappe digitali e proposto micro-cambiamenti al municipio. Era laboratorio di cittadinanza, di scrittura, di statistica. La città stessa diventava aula.

La letteratura si accende quando entra in contatto con la voce. Una seconda linguistico ha trasformato i monologhi shakespeariani in podcast brevi, montati con software libero. Ogni scelta sonora, ogni taglio, era un’interpretazione. In arte, un laboratorio di stampa artigianale con materiale di recupero ha insegnato piú di una verifica tradizionale sul chiaroscuro: le mani sporche raccontano concetti con una chiarezza sorprendente.

La frontiera digitale, poi, non è un fuoco d’artificio ma uno strumento. Una microboard, un sensore di umidità, un’aiuola dietro la palestra: nasce un progetto di monitoraggio del verde scolastico che unisce tecnologia, biologia e scrittura espositiva. Il codice, quando serve a leggere il mondo, diventa lingua madre dell’invenzione.

Sicurezza, tempi, spazi: il realismo che serve

La domanda che mi fanno più spesso è sempre la stessa: ma dove lo mettiamo, il laboratorio, con orari stretti e aule piene? La risposta nasce dall’aderenza al reale. Si può iniziare dentro l’ora, con micro-attività di dieci minuti: una previsione da scrivere, una manipolazione rapida, una mini-verifica immediata. Si può usare il corridoio come spazio di osservazione, la finestra come cornice meteo, il cortile come terreno di misure.

Quanto alla sicurezza, è anzitutto cultura della cura. Regole poche e ripetute, materiali scelti con buon senso, responsabilità distribuite. In un triennio liceale abbiamo creato una turnazione per la preparazione del banco esperimenti: ogni gruppo firmava un log, controllava pinze e occhiali, lasciava tutto in ordine. In un mese, quel rito ha reso l’aula più efficiente del miglior laboratorio sterile.

Valutare senza spegnere la fiamma

Il laboratorio sopravvive alla verifica solo se cambia la verifica. L’ho visto quando ho iniziato a valutare non solo il prodotto finito, ma la progressione: ipotesi iniziale, test, correzione, comunicazione. Il voto diventa la fotografia di un percorso, e non di un istante. Le rubriche condivise prima di iniziare abbassano l’ansia, orientano lo sforzo, chiariscono gli obiettivi.

Amo la restituzione pubblica: un poster in corridoio, una demo di tre minuti, una pagina web della classe. Esporsi educa alla precisione e all’ascolto. Il feedback tra pari, breve e puntuale, costruisce lessico critico. Quando lo studente impara a dirsi “cosa ha funzionato, cosa migliorare, come farlo”, la curiosità smette di essere una scintilla e diventa una competenza.

Cominciare domani, con quello che c’è

Se dovessi riassumere un avvio possibile, direi: scegli una domanda vera e piccola. Può essere “perché il pane raffermo si riscalda male al microonde?” o “qual è il luogo più rumoroso della scuola?”. Intorno a quella domanda costruisci un protocollo snello: ipotesi, prova, raccolta di dati, racconto. Le risorse? Spesso sono già in aula: bicchieri, elastici, smartphone, cartone. Il punto non è lo strumento, è lo sguardo.

Nel mio doposcuola abbiamo creato una “scatola delle prove” con materiali a rotazione. Ogni mese un tema: luce, suono, misure, gusto. In breve i ragazzi hanno iniziato a proporre esperimenti loro, a chiedere permessi, a difendere idee. La scuola non inseguiva più la realtà: la convocava, la metteva sul banco, la interrogava.

La collaborazione con il territorio amplifica l’effetto. Un panificio che apre il laboratorio alle classi per osservare impasti e lievitazioni. Un’associazione che fornisce scarti elettronici per il riuso creativo. Una biblioteca che ospita la mostra finale dei progetti. Quando la comunità entra in gioco, gli studenti sentono che quello che fanno conta davvero.

Ci vuole tempo per far maturare una cultura laboratoriale, e non sempre il calendario aiuta. Ma la costanza paga. Due, tre attività ben congegnate per quadrimestre possono cambiare il clima di una classe. Lo vedo negli sguardi: dopo un po’, chi di solito si nasconde comincia a chiedere il turno, chi corre davanti impara ad aspettare, chi si annoia reclama sfide nuove.

Torno a Luca, a quel barattolo di vetro diventato faro. Oggi, in terza superiore, guida i compagni in una breve prova durante gli open day della scuola. Spiega, raccoglie domande, sorride. Il segreto, se davvero c’è, sta nella semplicità di un tempo e di uno spazio in cui si può provare. Non per stupire, ma per capire. È lì che la curiosità si accende, e resta.

Gabriele Fortini
Gabriele Fortini

Gabriele ha coordinato per cinque anni un doposcuola in un quartiere periferico di Roma. Specializzato nell'accompagnamento dei ragazzi con DSA, lavora sulla personalizzazione delle strategie di apprendimento e sul coinvolgimento delle famiglie.