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Insegnare il problem solving già dalla primaria: i giochi che allenano questa competenza senza noia

Irene Saviolidi Irene Savioli· 28/08/2026 13:03
Insegnare il problem solving già dalla primaria: i giochi che allenano questa competenza senza noia

Hai mai notato come i bambini riescono a concentrarsi per ore davanti a un puzzle, mentre faticano a stare attenti durante una lezione tradizionale? Non è caso. Quando un'attività è pensata come un gioco, il cervello attiva circuiti completamente diversi. E se trasformassimo questa intuizione in una strategia didattica vera e propria?

Il problem solving non è un'abilità innata. È una competenza che si allena, proprio come la lettura o il calcolo. E sapete quale è il momento migliore per iniziare? La scuola primaria. Non domani, non quando i ragazzi saranno più grandi. Proprio adesso, mentre ancora il loro cervello è plasmabile e curiosità naturale regna sovrana.

Perché il problem solving conta davvero

Facciamo un passo indietro. Cos'è davvero il problem solving? Non è la capacità di risolvere calcoli difficili o memorizzare formule. È la capacità di affrontare una situazione sconosciuta, analizzarla, trovare approcci alternativi quando il primo non funziona, e persistere senza arrendersi.

Pensate a uno studente che si ritrova con un problema matematico strano, o un'attività di progetto che non ha istruzioni chiare. Come reagisce? Se ha allenato il problem solving, prova strategie diverse. Chiede aiuto consapevolmente. Scompone il compito in parti più piccole. Questa è la competenza trasversale che i datori di lavoro cercano negli adulti.

Nel contesto scolastico contemporaneo, il Curriculum dell'istruzione pone sempre più enfasi su queste cosiddette soft skills. Non a caso. Il mondo cambia rapidissimamente, e sapere come affrontare l'incertezza è più prezioso di una singola nozione che diventerà obsoleta.

Giochi che funzionano davvero in classe

Bene, allora come lo insegniamo? Con la noia? Ovviamente no. Ecco perché i giochi sono la risposta più intelligente che abbiamo a disposizione.

I giochi di logica classici, come gli scacchi o la dama, sono ancora incredibilmente efficaci. Richiedono ai bambini di pensare in anticipo, di prevedere le conseguenze delle loro azioni, di adattarsi alle mosse dell'avversario. In altre parole: il problem solving puro.

Ma non servono giochi costosi o complicati. Anche il semplice gioco del memory, se proposto in versione avanzata con regole aggiuntive, diventa uno strumento potente. O proviamo con i puzzle tangram: sembrano semplici, ma costringono il bambino a pensare spazialmente e a trovare soluzioni creative quando l'approccio ovvio non funziona.

I giochi di costruzione e ingegno come i Lego Mindstorms o, più accessibili, i semplici mattoncini, sono incredibili laboratori di problem solving. Il bambino must progettare, testare, modificare. Fallisce? Perfetto. Il fallimento è il miglior maestro quando non è frustrante, ma ludico.

I giochi di strategia collaborativi come Forbito o Carcassonne sviluppano anche la capacità di negoziazione e di pensiero collettivo. I bambini imparano che talvolta la soluzione migliore emerge dall'ascolto degli altri.

Come trasformare qualsiasi gioco in uno strumento didattico

La domanda che molti insegnanti si pongono è: come conciliare l'aspetto ludico con gli obiettivi didattici? Non è affatto un conflitto, se strutturato bene.

Anzitutto, partite da giochi che i bambini già conoscono e amano. Se in classe ci sono bambini che giocano a Minecraft durante il tempo libero, sfruttate quella passione. Proponiamo una sfida costruttiva all'interno del gioco. Non si tratta di censurare il divertimento, ma di incanalarlo verso l'apprendimento.

Secondly, rendete i fallimenti costruttivi. Quando un bambino non riesce a risolvere il puzzle, non saltate alla soluzione. Fate domande: "Che cosa hai provato finora? Cos'altro potremmo testare? Cosa impariamo da questo tentativo fallito?" Trasformare l'errore in informazione è il cuore del problem solving.

Terzo aspetto: aumentate gradualmente la difficoltà. Non potete aspettarvi che un bambino di sette anni affronti sfide complesse come un adolescente. Ma potete partire da giochi semplici e aggiungere regole man mano. Funziona come quando insegniamo a nuotare: non gettiamo il bambino in acque profonde, ma iniziamo con una vasca poco profonda e aumentiamo progressivamente.

Il ruolo dell'insegnante: allenatore, non arbitro

Una cosa che ho imparato lavorando come animatrice digitale nella scuola dell'infanzia mi ha trasformato il modo di insegnare: il nostro ruolo non è dettare soluzioni. È guidare i bambini a trovarle.

Quando proponete un gioco didattico, lasciate spazio all'esplorazione. Sì, questo significa che i bambini a volte scelgono strade sbagliate. Perfetto. Quella è esperienza. La vostra job è porre domande intelligenti che li riportano sulla traccia, non fornire risposte.

Osservate come giocano. Quali bambini risolvono problemi con approcci creativi? Quali si frustrano facilmente? Quali si arrendono al primo fallimento? Questi dati vi aiuteranno a personalizzare l'insegnamento e a intervenire dove serve davvero supporto.

Durante i corsi di formazione per insegnanti, sottolineo sempre questo punto: i giochi educativi non sono intrattenimento mascherato. Sono veri e propri laboratori cognitivi dove i bambini sperimentano, commettono errori in un ambiente sicuro, e imparano strategie risolutive che porteranno con sé tutta la vita.

Iniziare oggi, raccogliere risultati domani

Non c'è il momento perfetto per iniziare. Le risorse ce le abbiamo. Forse non tutte le scuole hanno budget per strumenti sofisticati, ma qualunque classe ha accesso a giochi di logica elementari, carte, matita e carta per i puzzle da inventare insieme ai bambini.

Quello che conta è l'intenzione: decidere che il problem solving non è un'aggiunta opzionale al curriculum, ma un pilastro centrale della didattica della primaria. Quando lo fate, quando strutturate le lezioni attorno a sfide divertenti e risoluzione creativa, vedrete cambiamenti sorprendenti. Bambini più partecipi, meno passivi. Più curiosi, meno ansiosi. Più fiduciosi nelle proprie capacità di affrontare l'incertezza.

Perché è questo che davvero preparate: non bravi studenti meccanici, ma persone resilienti, creative e capaci di pensare.

Irene Savioli
Irene Savioli

Irene si è avvicinata alla didattica lavorando come animatrice digitale in una scuola dell'infanzia. Ha progettato strumenti pratici per introdurre giochi educativi e tecnologie interattive ai bambini. Si occupa di formazione insegnanti.