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Quali risultati portano i concorsi di scrittura nelle classi? I punti di forza poco pubblicizzati

Gabriele Fortinidi Gabriele Fortini· 21/08/2026 18:33
Quali risultati portano i concorsi di scrittura nelle classi? I punti di forza poco pubblicizzati

Il primo anno che ho proposto un concorso di scrittura nel doposcuola della periferia dove lavoravo, Samir si è avvicinato alla scrivania con la timidezza di chi teme la grammatica come una scogliera. Portava nel quaderno rime scarabocchiate tra i margini della matematica, un rap su suo padre che tornava tardi, su una scalinata di cemento lucida di pioggia. «Ma a una giuria piacerà?», mi ha chiesto, come se stesse consegnando non un testo, ma un frammento di sé. Ho capito allora che i risultati dei concorsi, quelli poco pubblicizzati, nascono proprio in quel gesto: mettere la voce in fila e offrirla a un lettore sconosciuto.

Dalla timidezza alla consegna: la miccia della motivazione

Nelle classi, un bando esterno è una finestra aperta oltre il registro. A differenza del tema in classe, la pagina qui deve convincere qualcuno che non conosci, in un tempo definito. La scadenza mette il turbo al lavoro quotidiano, ma non con l’ansia sterile dell’ultimo minuto: piuttosto con l’elettricità di una partita vera. Anche gli studenti più disincantati comprendono che il testo ha un viaggio da compiere, e che l’allenamento serve a un appuntamento concreto. L’idea di un pubblico reale accende il desiderio di essere capiti, e la grammatica smette di essere una lista di divieti per trasformarsi in una cassetta degli attrezzi.

Nel mio gruppo, la differenza l’ho vista nelle ore di laboratorio: chi si distraeva al terzo rigo, con il concorso sul tavolo reggeva sedute più lunghe, chiedeva esempi, cercava letture simili per capire “come si fa”. La motivazione non era più un sermone, ma un risultato collaterale dell’orizzonte. È un cambiamento sottile e testardo, che gli insegnanti riconoscono al volo: la richiesta di chiarimenti non per prendere mezzo punto in più, ma per arrivare all’efficacia.

La riscrittura come palestra di competenze

La maggior parte dei concorsi seri chiede bozze, limiti di battute, formati precisi. Portare un testo dal primo getto alla versione finale crea una palestra naturale di riscrittura. In classe, significa lavorare su macro e micro revisione: tagliare le ripetizioni, spostare un paragrafo, cercare un verbo più vivido, rendere coerente la voce narrativa. Non è teoria in astratto: è un’operazione concreta, sorretta dall’urgenza di essere chiari, convincenti, memorabili.

Qui la famosa “competenza” smette di essere parola di moda e diventa prassi. Si attivano abilità trasversali di pianificazione, autovalutazione e correzione tra pari che rientrano a pieno titolo nella Didattica per competenze. In ogni ciclo di riscrittura, lo studente si misura con il proprio testo come con un oggetto artigianale: lo lima, lo confronta, lo mette alla prova fuori dalla bolla della classe. Queste micro-decisioni, ripetute per settimane, sedimentano una consapevolezza che difficilmente si ottiene con una sola verifica ben riuscita.

Nell’esperienza con Samir, la svolta è arrivata quando ha capito che le sue rime avevano bisogno di pause e immagini più nitide. Non gliel’ho detto io: gliel’ha restituito l’eco di un compagno che non capiva una strofa e, più tardi, una bibliotecaria del quartiere che gli ha suggerito un libro di poesie urbane. La riscrittura, così, ha fatto da ponte tra scuola e mondo, trasformando l’editing in un rito di passaggio.

Inclusione reale, oltre l’etichetta

Se seguiti con attenzione, i concorsi di scrittura favoriscono un’inclusione che non si esaurisce nella retorica. Con i ragazzi con DSA ho visto la pagina diventare uno spazio di libertà, perché l’obiettivo non è più “non sbagliare”, ma farsi capire. Le misure previste dalla Legge 170/2010 non restano sul piano dei documenti: entrano nell’officina del testo. Chi fatica nella grafia può progettare la storia in mappe e registrarla con la sintesi vocale, per poi trascriverla allo scanner dell’insegnante. Chi ha difficoltà nella gestione della punteggiatura può costruire ritmo attraverso versi brevi o frammenti numerati, trasformando un limite in stile.

Qui sta un punto poco raccontato: la varietà dei formati ammessi da molti concorsi – racconti, poesie, reportage, dramaturgie brevi – permette di scegliere il terreno più adatto al profilo cognitivo dello studente. L’oralità entra nella scrittura, il corpo torna nel banco. E il gruppo classe, quando condivide l’obiettivo, si scopre comunità di lettori e tecnici, più che platea di giudici.

Cosa resta dopo il premio

La domanda che sento spesso è: «E se non vincono?». Proprio lì si vedono i risultati meno scontati. Resta la capacità di tollerare l’attesa, di gestire una delusione senza svalutare il lavoro. Resta l’abitudine a tenere un archivio di bozze e versioni, un piccolo “portfolio d’autore” che racconta progressi più di qualunque voto. Resta la dimestichezza con i bandi: leggere requisiti, rispettare formati, citare le fonti quando si lavora su reportage o cronache.

Ho notato che chi ha attraversato questo percorso scrive meglio anche quando non c’è una giuria all’orizzonte. È come se l’asticella fosse stata alzata una volta per tutte. La qualità linguistica migliora, certo, ma soprattutto si affina il senso di scopo: ogni paragrafo ha un motivo per esserci. Questo “muscolo” dell’intenzionalità torna utile ovunque, dalla relazione di scienze alla lettera motivazionale per un corso estivo.

Il ruolo delle famiglie e del territorio

Un altro effetto collaterale, prezioso e poco pubblicizzato, è il coinvolgimento delle famiglie. Un testo da inviare fuori chiama in causa la casa, le storie tramandate a tavola, le fotografie nei cassetti. In molti casi i genitori, che magari non mettono piede ai colloqui da mesi, trovano un varco per rientrare senza imbarazzo: «Posso raccontarti di quando arrivammo qui?». È successo con la mamma di Samir, che ha recuperato una vecchia cartolina del paese d’origine. Quel frammento è diventato finale del suo testo, e la mamma – mano ferma e occhi lucidi – ha firmato insieme a lui la liberatoria per l’invio.

La scuola, poi, smette di essere isola quando si appoggia a biblioteche, giornali di quartiere, festival locali che offrono letture pubbliche e restituzioni. Una serata microfonata in biblioteca vale settimane di prediche. Lì lo studente impara che la voce va portata, che il microfono ha una distanza, che il testo deve respirare anche ad alta voce. In quelle sere, insegnanti e famiglie si siedono dalla stessa parte, e la classe si riscopre cittadinanza.

Attenzioni pratiche per le scuole

Perché questo potenziale si realizzi, servono scelte oculate. La prima riguarda l’etica dei bandi: niente quote di iscrizione per gli studenti, diritti d’autore che restano agli autori, privacy chiara. Sono accorgimenti che insegnano ai ragazzi a riconoscere la serietà di un’iniziativa e, indirettamente, a tutelarsi in un mondo dove la visibilità è spesso confusa con il valore.

La seconda riguarda il tempo. Un concorso non può essere un fulmine sulla tabella di marcia: serve una finestra dedicata alla progettazione, alla ricerca, alla revisione. Inserire il percorso nel curricolo non significa sottrarre ore alle discipline, ma rileggerle attraverso un compito autentico. Scienze diventa fonte per un pezzo di divulgazione, storia alimenta un racconto d’epoca, educazione civica offre il contesto per un’inchiesta sulla vita del quartiere.

Infine, la valutazione: premiare solo chi vince significa tradire l’occasione. È più onesto costruire rubriche che misurino il processo – capacità di rielaborazione, coerenza tra intenzione e scelta linguistica, qualità della revisione – e restituire feedback narrativi, non soltanto numerici. Quando la scuola celebra il lavoro ben fatto a prescindere dall’esito esterno, rafforza la fiducia e rende il concorso un mezzo, non un fine.

Una lezione che resta

Quando arrivò la mail con l’esito, Samir non aveva vinto. Mi aspettavo spalle cadenti; invece è rimasto a fissare lo schermo, poi ha tirato fuori il quaderno e ha segnato a matita: «Versione lettura in classe». Aveva deciso di portare il testo ai compagni, di farlo vivere comunque. In quella scelta ho visto il risultato che non va in bacheca ma resta addosso: la consapevolezza che la scrittura è relazione e che il lettore, prima di tutto, è una persona in carne e ossa, seduta a pochi metri da te.

Da allora, ogni volta che accompagno una classe in un concorso, torno a quella scena. Non cerco soltanto la fotografia con il premio, ma l’istante in cui uno studente capisce che la propria voce può abitare lo spazio pubblico, con responsabilità e gioia. È una lezione che dura più di una coppa: insegna a prendersi cura delle parole e, attraverso le parole, di sé e degli altri. Proprio come quel pomeriggio di pioggia, quando un rap nei margini della matematica ha trovato il suo posto nel mondo.

Gabriele Fortini
Gabriele Fortini

Gabriele ha coordinato per cinque anni un doposcuola in un quartiere periferico di Roma. Specializzato nell'accompagnamento dei ragazzi con DSA, lavora sulla personalizzazione delle strategie di apprendimento e sul coinvolgimento delle famiglie.